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	<title>steve's</title>
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	<description>apprendimento digitale e dintorni</description>
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		<title>Il cubo di Google e i dati aperti</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 08:40:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Google lancia il suo gioco online basato su Google Maps:Cube. Bisogna trovare il percorso migliore per raggiungere una destinazione, muovendo una pallina di marmo lungo le strade. Il gioco in sé non è eccezionale, richiede ovviamente Chrome. Esistevano da tempo giochi basati su Google Maps (per esempio, Realworldracer o Google Earth (per es.,Gemmo). Il gioco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Google lancia il suo gioco online basato su Google Maps:<a href="http://www.playmapscube.com/">Cube</a>. Bisogna trovare il percorso migliore per raggiungere una destinazione, muovendo una pallina di marmo lungo le strade.<br />
Il gioco in sé non è eccezionale, richiede ovviamente Chrome. Esistevano da tempo giochi basati su Google Maps (per esempio,<a href=" http://www.tomscott.com/realworldracer/)"> Realworldracer</a> o Google Earth (per es.,<a href="http://www.gearthhacks.com/gemmo">Gemmo</a>).<br />
Il gioco fornisce idee su come usare GM come navigatore, per pianificare le proprie passeggiate in bicicletta, etc.<br />
Qui la cosa interessante è una possibile ulteriore motivazione, che viene in mente quando chi crea il gioco gestisce anche i dati. E la riflessione sulle strategie di &#8220;liberazione dei dati&#8221; da parte delle PA che oggi è richiesta a gran voce.<br />
Liberare i dati significa rendere pubblici, in formati il più possibile aperti e strutturati, i dati che le PA raccolgono e gestiscono. Le ragioni etiche di questa richiesta si associano con quelle politiche. Offrire Open Data ai cittandini, ma anche alle imprese, dovrebbe permettere di sviluppare applicazione e quindi business che utilizzano quei dati. In qualche modo si delega al mercato, o alla società civile, la scelta sulle direzioni di utilizzo di quei dati. I dati sono neutri e ognuno può utilizzarli come crede. Ma naturalmente ciò che davvero sarebbe utile alle PA è proprio sapere come quei dati sono usati dai cittadini: cosa è percepito come valore, cosa viene richiesto, come questi dati sono incrociati per ottenere informazioni di livello più alto.<br />
In un attimo si vede la differenza di strategia:  Google offre dati e chiede agli utenti percorsi, cioè interpretazioni di dati (esattamente come raccoglie stringhe di ricerca insieme alle scelte tra i risultati della ricerca stessa); le PA offrono dati aperti e chiedono applicazioni, cioè software. L&#8217;uno capitalizza intelligenza sociale, gli altri prodotti.<br />
C&#8217;è da riflettere, e secondo me, da imparare.</p>
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		<title>Opensource e spending review 2012</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 14:25:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opensource]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[software]]></category>
		<category><![CDATA[soldi opensource]]></category>

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		<description><![CDATA[Per una volta un ragionamento a voce alta sull&#8217;attualità. Saranno banalità, ma a volte le banalità occorre appunto pronunciarle, oltre che pensarle, se non altro perché qualcuno possa correggerle. In queste ore si stanno stabiliendo le direzioni per la contrazione della spesa pubblica (la &#8220;spending review&#8221;, così va meglio?). Si parla di ridurre, ad esempio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per una volta un ragionamento a voce alta sull&#8217;attualità.<br />
Saranno banalità, ma a volte le banalità occorre appunto pronunciarle, oltre che pensarle, se non altro perché qualcuno possa correggerle.<br />
In queste ore si stanno stabiliendo le direzioni per la contrazione della spesa pubblica (la &#8220;spending review&#8221;, così va meglio?). Si parla di ridurre, ad esempio, le spese per l&#8217;affitto degli immobili a carico del Viminale.<br />
Ora è chiaro che questi sono soldi che lo Stato potrebbe non spendere, cioè non dare ad alcuni cittadini italiani proprietari degli stessi immobili. Si può discutere sullo status sociale dei proprietari degli immobili, ma si tratta comunque di meno soldi messi in circolazione in Italia, con gli effetti collaterali che tutti sanno. Diverso sarebbe se i proprietari fossero società estere; parte di quel denaro potrebbe anche tornare in circolo in Italia, ma sicuramente una buona parte andrebbe fuori.<br />
Pensiamo un attimo invece alle spese per il software dello stesso Viminale (o di Viale Trastevere o di qualsiasi altra struttura pubblica).<br />
Parte &#8211; sostanziale &#8211; di questi soldi va in licenze per prodotti di vario tipo, dai sistemi operativi ai database ai server di gestione della posta etc, diciamo X. Una percentuale di questi costi di licenza va ai proprietari dei software, che spesso sono società non Italiane, diciamo Y, mentre il restante va ai rivenditori Italiani degli stessi software (X-Y)..<br />
Che succederebbe se si adottasse in maniera massiccia software OpenSource? beh, le imprese Italiane che vendono licenze di software dovrebbero trovare il modo di rifarsi del mancato introito di X-Y. Una parte della spesa di X andrebbe comunque ad  imprese (altre?) che offrirebbero i servizi di consulenza, installazione, configurazione e personalizzazione dei software OS. Diciamo che questa quota sarebbe equivalente a X-Y, e quindi non ci sarebbe un danno reale per le imprese italiane.<br />
Ma ci sarebbe invece il risparmio netto di Y (il costo delle licenze), cioè di soldi che sarebbero usciti dalle tasche dello Stato senza vantaggi particolari per l&#8217;economia Italiana. Questi soldi si possono risparmiare senza troppi effetti collaterali, oppure se ne può investire una parte diversamente, per esempio in formazione interna.<br />
Di quanti soldi parliamo? Non pochi, se possono essere indicativi i saggi effettuati dal <a href="http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/09/09/news/prove_pratiche_di_risparmio_il_comune_va_sull_open_source-21426372/">Comune di Bologna</a> e dalla<a href="http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/cronaca/2011/10/15/news/software-liberi-noi-siamo-pronti-1.4027556"> Provincia di Trento</a>.  In entrambi questi casi si parlava solo del risparmio sui software desktop; un risparmio più grosso si otterrebbe probabilmente a livello di server.</p>
<p>Deve esserci una falla in questo ragionamento, ma confesso che non riesco a trovarla&#8230;</p>
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		<title>Slides</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 15:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho raccolto alcune mie slides relative a presentazioni, corsi e convegni. I temi sono quelli soliti: dalla valutazione online alla progettazione di ambienti e corsi in elearning. La maggior parte sono su SlideShare http://www.slideshare.net/stefanopenge/ Sono presenti ora: Opendata e opensource Attori, ambienti e oggetti: un modello integrato Collaborare con gli sviluppatori per organizzare e sviluppare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho raccolto alcune mie slides relative a presentazioni, corsi e convegni. I temi sono quelli soliti: dalla valutazione online alla progettazione di ambienti e corsi in elearning.</p>
<p>La maggior parte sono su <a href="http://www.slideshare.net/stefanopenge/">SlideShare</a> http://www.slideshare.net/stefanopenge/</p>
<p>Sono presenti ora:</p>
<ol>
<li>Opendata e opensource</li>
<li>Attori, ambienti e oggetti: un modello integrato</li>
<li>Collaborare con gli sviluppatori per organizzare e sviluppare servizi di orientamento all&#8217;utente basati sulle ict: dati,strutture e interfacce</li>
<li>Strumenti di analisi per la valutazione di un gruppo di apprendimento online</li>
<li>Strategie collaborative di costruzione di un corso online: una metodologia a spirale</li>
<li>Strumenti portabili per l&#8217;analisi di un forum di un ambiente di apprendimento online</li>
<li>Presentazione di un wikibolario online</li>
</ul>
<p>Le slides, dove non diversamente segnalato, sono rilasciate con licenza Creative Commons BY/NC/SA<br />
<a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/"><img alt="Licenza Creative Commons" style="border-width:0" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-sa/3.0/88x31.png" /></a><br />Questa opera è distribuita con <a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/">licenza Creative Commons Attribuzione &#8211; Non commerciale &#8211; Condividi allo stesso modo 3.0 Unported</a>.</p>
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		<title>Apps for the masses</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 09:51:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Appinventor Android Google MIT visual]]></category>

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		<description><![CDATA[Il MIT pubblica AppInventor, una piattaforma online ed opensource per sviluppare apps per Android]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Creare apps per Android significa, come sa chiunque abbia provato, conoscere Java e XML e saper utilizzare ambienti complessi come Eclipse, ADT e l&#8217;SDK Android. Non proprio competenze da principianti. Tuttavia la strategia di Google non è solo quella di spingere il proprio sistema operativo, ma anche di creare un market (da poco rinominato Google Play, con un significativo spostamento di accento) concorrente di quello Apple. La policy però è molto diversa da quella Apple: l&#8217;idea è quella di abbassare il livello d&#8217;ingresso &#8211; è sufficiente registrarsi e pagre un fee di 25 $ per essere uno sviluppatore di apps Android &#8211; per ottenere in breve tempo una massa critica di apps che, a sua volta, renda l&#8217;acquisto di uno smarphone Android attraente per molte più persone e non solo per appassionati. E questo si inquadra perfettamente nella strategia di Google di considerare i dati prodotti dagli utenti come il suo valore maggiore.<br />
Che questa fosse la direzione lo si capiva anche dalla piattaforma di sviluppo online per Android che Google ha aperto alla fine del 2010: una piattaforma rivolta a tutti, che non necessita di competenze di sviluppatori e si basa su un paradigma di programmazione visuale.<br />
Alla meta del 2011, quando l&#8217;Android Market festaggiava i 10.000.000.000 di download, Google annuncia però di non voler più mantenere la piattaforma, decidendo comunque di rilasciarne il codice sotto una licenza GPL. A questo punto una svolta: il  20 gennaio 2012 l&#8217;annuncio che la piattaforma viene ripresa dal MIT center for  Mobile Learning (parte del famoso Media Lab) e resa pubblica all&#8217;indirizzo <a href="http://appinventor.mit.edu/">http://appinventor.mit.edu/</a> , cosa che puntualmente accade il 3 aprile del 2012. I responsabili di questa scelta sono nomi del calibro di Hal Abelson, Eric Klopfer e Mitchel Resnick, il che lascia capire a chi si sia occupato di educazione e computer negli ultimi venti anni quale sia l&#8217;obiettivo: rilanciare Android come piattaforma per un uso educativo &#8211; in senso costruttivo &#8211; del digitale. </p>
<p>La parte centrale di AppInventor è l&#8217;editor visuale di codice, OpenBlocks. Si tratta di uno strumento derivato direttamente dall&#8217;editor di StarLogo TNG (http://education.mit.edu/projects/starlogo-tng) ma in qualche modo anche figlio di altri ambienti di programmazione visuale dello stesso MIT come <a href="(http://scratch.mit.edu/">Scratch</a>, o di altri centri di ricerca, come <a href="http://www.alice.org/">Alice</a>. Mentre la prassi di disegnare l&#8217;interfaccia di un programma era già diffusa (vedi negli anni 90 le varie implementazioni &#8220;visual&#8221; dei linguaggi di programmazione più diffusi, come  Visual Basic, Visual C, &#8230; ), gli ambienti visuali permettono di costruire il codice di un programma semplicemente inserendo e connettendo blocchi di codice semplici, rappresentati da icone. Questa modalità consente di &#8220;scrivere&#8221; programmi senza scrivere codice, evitando la possibilità di commettere errori di sintassi, errori di scrittura dei nomi delle variabili o delle procedure; d&#8217;altra parte, anche  &#8220;lettura&#8221; del codice diventa un&#8217;operazione di alto livello, che non deve entrare ogni volta nel dettaglio delle singole righe di istruzione ma può concentrarsi sulla visione della struttura generale.<br />
L&#8217;intuizione generale di partenza è quella di Seymour Papert, che alla fine degli anni sessanta predicava la necessità di far usare i computer ai bambini, il più presto possibile, non per renderli da subito utenti dipendenti, ma per permettere loro di scoprire la potenza nascosta dei computer. &#8220;Un utente, un programmatore&#8221; è la filosofia che stava dietro il Logo, il linguaggio e il progetto educativo più famoso di Papert. Logo che in Italia ha avuto una grande fortuna in ambito scolastico negli anni passati, ma che è ormai scomparso dai curriculum, soppiantato da altre mode più o meno persistenti. Un risultato di questo abbandono lo si può verificare leggendo i dati del <a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-26032012-AP/EN/4-26032012-AP-EN.PDF">report</a> della settimana europea e-skills, da cui apprendiamo che in Italia solo il 18% dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni hanno scritto un programma, contro il 27% della Spagna, il 30% dell&#8217;Austria o il 37% della Finlandia.</p>
<p>Ci auguriamo quindi che questa iniziativa del MIT possa trovare seguito anche da noi, a tutti i livelli, da quello scolastico a quello universitario. Sono disponibili in rete alcuni<a href="http://seblogapps.blogspot.com/2011/04/tutorial-1-installare-app-inventor-sul.html"> tutorial video</a> su come realizzare apps utilizzando AppInventor, partendo da un PC con un qualsiasi sistema operativo. Le apps prodotte, una volta compilate,  possono essere utilizzate sul proprio smartphone o pubblicate nel marketplace di Google.<br />
Il sorgente di AppInventor è scaricabile, per chi voglia metterlo a disposizione dei propri utenti.</p>
<p>Buona fortuna ad AppInventor !</p>
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		<title>Apprendenti autonomi e tutor</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Feb 2011 17:52:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
				<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Apprendista/Esperto Studente/Maestro Apprendente autonomo/Tutor ? Quello che ha sempre costituito la base del processo è la condivisione del modello, il profilo d&#8217;arrivo. In questo momento la condivisione è cessata. Non è l&#8217;apprendimento ad essere messo in causa, ma l&#8217;insegnamento. Il tutor è quello che non garantisce l&#8217;acquisizione di contenuti/competenze che definiscono il modello, ma sorveglia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Apprendista/Esperto<br />
Studente/Maestro<br />
Apprendente autonomo/Tutor ?</p>
<p>Quello che ha sempre costituito la base del processo è la condivisione del modello, il profilo d&#8217;arrivo.<br />
In questo momento la condivisione è cessata. Non è l&#8217;apprendimento ad essere messo in causa, ma l&#8217;insegnamento.<br />
Il tutor è quello che non garantisce l&#8217;acquisizione di contenuti/competenze che definiscono il modello, ma sorveglia il modo di acquisire le competenze/conoscenze decise dall&#8217;apprendente. Non diminuisce la sua importanza, ma il suo ruolo cambia e le competenze necessarie per svolgerlo mutano.  Di qui il cambiamento di significato della valutazione.<br />
Con molti se e ma:<br />
- come può il (giovane?) apprendente sapere in anticipo qual è il profilo finale verso cui tendere?<br />
- è possibile un&#8217;educazione standard?<br />
- è possibile separare l&#8217;insegnamento dei metodi di apprendimento da quello dei contenuti?<br />
La separazione standard tra concetti, strumenti, tecniche e storia come parti di un sillabo, e il loro ordinamento sequenziale, ha ancora senso?<br />
In un&#8217;educazione informale  e personalizzata le condizioni di partenza dell&#8217;apprendente sono fondamentali: alla conoscenze e alla capacità di apprendimento generica si sostituiscono la storia, la fase, la disponibilità verso una parte o un&#8217;altra del sillabo. C&#8217;è il momento della tecnica e quello del ripiegamento sulla storia, quello della riorganizzazione in categorie generali e quello della scelta di uno stile. Il ritmo della formazione dovrebbe conoscere e seguire questi tempi se vuole essere efficace.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Flickr e l&#8217;apprendimento informale</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 11:38:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
				<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[apprendimento informale]]></category>
		<category><![CDATA[Flickr]]></category>
		<category><![CDATA[valutazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Continuo a sperimentare su Flickr, scelto come piattaforma 2.0 per certe caratteristiche sue: - la parola non è centrale - la foto non è un oggetto mediaticamente forte come il video o l&#8217;audio - la foto è un prodotto che ha conservato legami col passato molto di piu&#8217; del video e dell&#8217;audio La domanda generale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Continuo a sperimentare su Flickr, scelto come piattaforma 2.0 per certe caratteristiche sue:<br />
- la parola non è centrale<br />
- la foto non è un oggetto mediaticamente forte come il video o l&#8217;audio<br />
- la foto è un prodotto che ha conservato legami col  passato molto di piu&#8217; del video e dell&#8217;audio</p>
<p>La domanda generale è quella relativa all&#8217;apprendimento informale in una piattaforma di questo tipo.<br />
Diciamo che è un esperimento (per ora su me stesso) di applicazione delle teorie sull&#8217;apprendimento informale.</p>
<p>(Se funziona qui, con molti &#8220;se&#8221; e &#8220;ma&#8221;, puo&#8217; funzionare in altri ambienti, progettati anche appositamente,)</p>
<p>Quanto sono utili all&#8217;apprendimento attività manuali diverse come:<br />
- andare in cerca di foto &#8220;a istinto&#8221; (ricerca libera per parole chiave)<br />
- iscriversi a gruppi tematici<br />
- scegliersi dei contatti<br />
- inviare foto sperimentali<br />
- creare set per categorizzare questi esperimenti<br />
- commentare e farsi commentare<br />
- titolare le proprie foto<br />
- creare dei gruppi apposta</p>
<p>Quanto sono fondamentali le funzioni automatiche dell&#8217;ambiente che ci sono (segnalazione di possibili contatti, di foto interessanti) o che potrebbero esserci (segnalazione di foto &#8220;simili&#8221;, in cui simile andrebbe definito)?<br />
Quanto è utile la prosecuzione al di fuori dal SN virtuale con contatti reali con le persone conosciute lì dentro ?<br />
Quanto l&#8217;approfondimento su altri media (carta) di quello che su Flickr è appena abbozzato, o solo citato, o non c&#8217;è, per esempio degli stili, delle scuole, delle epoche, delle tecniche, dei fotografi ?<br />
Quali requisiti ci vogliono perché tutto questo funzioni (età? competenze alfabetiche alte? capacità di autogestirsi? tempo libero? serendipity?)</p>
<p>Occorrerebbero interviste, questionari, o vere simulazioni&#8230;. per ora mi limito alle ipotesi, alle discussioni e alle analisi personali.</p>
<p>C&#8217;è poi la questione della valutazione.<br />
Come verifico il mio apprendimento (supposto che mi interessi farlo, magari solo per decidere se il tempo perso valeva la pena) ?<br />
Intanto si guardano tante foto degli altri. Ma tante. Magari non all&#8217;inizio, ma poi piano piano scopri che tutto quello che hai fatto era già stato fatto.<br />
Il passo seguente è scoprire le altre possibilità.<br />
Su un altro piano: i titoli, le descrizioni, le tag, insomma le parole. Il modo in cui il linguaggio verbale si intreccia con quello visivo cambia: di nuovo si scopre il proprio posto in mezzo all&#8217;universo.<br />
Allora questo è un primo punto: la propria collocazione in un insieme.</p>
<p>Infine: come si potrebbe trasferire tutto questo in un altro campo?<br />
Per esempio: scrivi un testo. Poi dai un&#8217;occhiata agli altri testi. Ripensi il tuo testo, il posto che il tuo testo aveva per te (nella tua categorizzazione del mondo: bello, fico, unico, speciale, su questo argomento, di questa tipologia&#8230; ). Prima ancora di cambiare le tecniche, l&#8217;oggetto viene ripensato nel contesto degli altri.</p>
<p>E&#8217; ovvio che in una scuola anormale a nessuno viene proposto di leggere cose scritte da altri pari.<br />
Ma soprattutto il posto (nella scala di valori e nel sistema dei concetti) viene assegnato da qualcun altro.<br />
Anche qui si potrebbe indagare oltre le classiche distinzioni tra utenti partecipanti e utenti &#8220;lurkers&#8221;<br />
Ci sono utenti che non vogliono mostrarsi ma esplorare, e capire meglio quello che fanno attraverso un confronto &#8220;muto&#8221;. Non è solo la &#8230;sfera emotiva ma anche quella cognitiva, non solo i valori ma anche le categorie.<br />
Da un altro punto di vista: negli ambienti di apprendimento formali si entra per imparare, e si sottoscrive un patto formativo<br />
In quelli informali non si sottoscrive un patto, ma si impara lo stesso (controvoglia?). Non ci sono garanzie, certo. Ma per certi versi sembra che, per citare un paradosso, non si possa non imparare.</p>
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		</item>
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		<title>LiDiA &#8211; il sito</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 20:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
				<category><![CDATA[novità]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho raccolto (alcuni) materiali dedicati alla Linguistica degli Artefatti Digitali in questa pagina LiDiA In particolare, un testo che riassume delle riflessioni sull&#8217;Estetica degli artefatti digitali: &#8220;Questo articolo fa parte di una serie di interventi che si propongono il difficile compito di indagare la possibilità di applicare anche ai codici sorgenti dei programmi per calcolatore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho raccolto (alcuni) materiali dedicati alla Linguistica degli Artefatti Digitali in questa pagina</p>
<p><a href="http://altrascuola.it/staff/steve/public/docu/lidia/index.html">LiDiA</a></p>
<p>In particolare, un testo che riassume delle riflessioni sull&#8217;Estetica degli artefatti digitali:</p>
<p style="text-indent: 0.49cm;">&#8220;Questo articolo fa parte di una serie di interventi che si propongono il difficile compito di indagare  la possibilità di applicare anche ai codici sorgenti dei programmi per calcolatore alcuni concetti, tecniche e  teorie che sono state sviluppate in questi anni a proposito dei testi linguistici più tradizionali. Si tratta di un compito che si è dato come programmatico il Laboratorio di Linguistica degli Artefatti Digitali della facoltà di Scienze della Comunicazione dell&#8217;Università La Sapienza.</p>
<p style="text-indent: 0.49cm;">All&#8217;interno di questa sfida generale, ci occuperemo qui di una questione specifica, che però finisce per andare a toccare tutte le altre e in qualche modo le rappresenta.</p>
<p style="text-indent: 0.49cm;">La questione di partenza è se sia possibile un&#8217;estetica della programmazione. Non un&#8217;estetica degli artefatti digitali intesi come prodotti finali fruibili con i nostri sensi (“computer graphics”, “computer music”), ma proprio degli artefatti digitali primari, in se stessi, allo stadio di codice sorgente.&#8221;</p>
<p style="text-indent: 0.49cm;">Continua su <a href="http://altrascuola.it/staff/steve/public/docu/lidia/" target="_blank">Estetica degli artefatti digitali</a></p>
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		<title>Sociolinguistica degli artefatti digitali</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 20:27:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
				<category><![CDATA[corsi]]></category>
		<category><![CDATA[novità]]></category>
		<category><![CDATA[LiDia]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo titolo roboante è anche il titolo di un seminario, a cura del sottoscritto e di Maurizio Mazzoneschi, che si è svolto a Carrara, all&#8217;Accademia di Belle Arti il 18 maggio 2010. La domanda più ovvia è: cosa c&#8217;entrano gli artefatti digitali con le belle arti? questo era appunto il contenuto del seminario&#8230; Grazie alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo titolo roboante è anche il titolo di un seminario, a cura del sottoscritto e di Maurizio Mazzoneschi, che si è svolto a Carrara, all&#8217;Accademia di Belle Arti il 18 maggio 2010.</p>
<p>La domanda più ovvia è: cosa c&#8217;entrano gli artefatti digitali con le belle arti? questo era appunto il contenuto del seminario&#8230;</p>
<p>Grazie alla lungimiranza del direttore della Scuola di Nuove  Tecnologie dell&#8217;Arte, Tommaso Tozzi, è stato possibile condurre questo seminario ibrido alla presenza di alcuni docenti (Enrico Bisenzi e Massimo &#8220;Contrasto&#8221; Cittadini) e studenti.</p>
<p>Un resoconto molto preciso e completo del seminario si può leggere sul  blog ScaccoAlWeb a cura di Enrico Bisenzi <a title="Seminario &quot;Sociolinguistica degli artefatti digitali&quot;" href="http://scaccoalweb.dotblog.it/2010/05/programmare-%C3%A8-come-narrare.html"> http://scaccoalweb.dotblog.it/2010/05/programmare-%C3%A8-come-narrare.html</a><br />
Materiali relativi al seminario possono essere scaricati da <a title="Slides" href="../../docu/lidia/carrara/"> http://ada.lynxlab.com/staff/steve/public/docu/lidia/carrara/.</a></p>
<p>L&#8217;invito al seminario recitava quanto segue:</p>
<p>Siamo alla fine del millennio scorso. Per caso, un esploratore si imbatte in un continente sconosciuto, di dimensioni vastissime. Strade, città e biblioteche, e nelle biblioteche milioni di testi, scritti non in una sola, ma in decine e decine di lingue diverse. Testi diversi di autori diversi, dedicati ai fini più differenti, cortissimi e enormi, scritti a più mani, criptati, fondamentali o inutili.<br />
Scritti per essere usati, per essere letti o  per essere analizzati e  insegnati.<br />
Da una prima analisi di questi milioni di testi, sembra di poter dire agli esploratori che ci sono stati periodi, scuole diverse, mode. Che aree diverse del continente hanno prodotto autori riconoscibili, che a loro volta hanno insegnato e influenzato altri autori.<br />
Di tutto questo, niente è mai stato raccontato, né qui da noi né  altrove.<br />
Il continente di cui vogliamo parlare è quello dei codici sorgente dei  programmi. Più di 50 anni di letteratura, più di 50 lingue diverse. Un corpus di testi dalle dimensioni quantitative enormi: l&#8217;archivio su web più noto di software OpenSource, SourceForge.net, contiene quasi un milione di &#8220;libri&#8221; diversi relativi solo agli ultimi 5 anni. Eppure nessun&#8217;indagine, nemmeno di ricognizione, è stata condotta finora da un punto di vista linguistico, stilistico, retorico.<br />
Quello che stiamo cercando di fare è trovare un posto a questo continente all&#8217;interno della cartografia, accanto ai territori più noti in cui si sono incontrate (persone e) discipline tanto diverse come<br />
linguistica e informatica; poi cercheremo di capire il perché di questo lungo nascondimento, e proveremo a immaginare l&#8217;apocalissi, cioè di modi concreti di comunicare la nostra scoperta al mondo.&#8221;</p>
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		<title>Antinucci, Augias e il Web 2.0</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 19:03:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
				<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Una prima cristallizzazione delle riflessioni e delle prove (timide) nel Web 2.0 è stata causata dalla lettura dei commenti in un gruppo di Facebook relativi alla trasmissione di Augias (Storie, Rai Tre) in cui si intervistava Antinucci a proposito della Google generation. Il percorso è più o meno questo: Rai -&#62; Rai Streaming -&#62; Blog [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una prima cristallizzazione delle riflessioni e delle prove (timide) nel Web 2.0 è stata causata dalla lettura dei commenti in un gruppo di Facebook relativi alla trasmissione di Augias (Storie, Rai Tre) in cui si intervistava Antinucci a proposito della Google generation. Il percorso è più o meno questo:</p>
<p>Rai -&gt; Rai Streaming -&gt; Blog Netfuturismo -&gt; Facebook</p>
<p>Quello che ho seguito io invece è questo:</p>
<p>Facebook -&gt; Blog Netfuturismo -&gt; Rai Streaming -&gt; Libro di Antinucci -&gt; Recensioni varie del libro (Anobi etc)</p>
<p>Di qui è partita una ricerca sul tema della critica al Web 2.0, della difesa del giornalismo di qualità e del ruolo dell&#8217;editoria, dello scontro Google/Murdoch.</p>
<p>Il frutto della ricerca è questo articolo che trovate su altrascuola http://www.altrascuola.it/altranuova/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=336&amp;Itemid=41</p>
<p>Niente di trascendente, ma interessante il fatto che proprio l&#8217;altro ieri sia uscito &#8220;Eretici digitali&#8221; (Apogeo, 2009) di Zambardino e  Rossi, fondatori tra l&#8217;altro di Kataweb.</p>
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		<title>Steve sul web 2.0</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 10:24:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>steve</dc:creator>
				<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Learning by doing? e allora per capire cos&#8217;è e come funziona il web 2.0 mi sono dato da fare&#8230; Ancora la fase di riflessione non è ancora arrivata. Per ora mi limito ad una mappa e a qualche nota volante - Personale - &#8211; 1. Facebook - &#8211; 2. Flickr - Professionale - &#8211; 3. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Learning by doing? e allora per capire cos&#8217;è e come funziona il web 2.0 mi sono dato da fare&#8230;<br />
Ancora la fase di riflessione non è ancora arrivata. Per ora mi limito ad una mappa e a qualche nota volante<br />
- Personale<br />
- &#8211; 1. Facebook<br />
- &#8211; 2. Flickr<br />
- Professionale<br />
- &#8211; 3. Linkedin<br />
- &#8211; 4. Google Documents<br />
- &#8211; 5. Google Calendar</p>
<p><img src="http://profile.ak.facebook.com/v229/495/109/s1518322738_3377.jpg" alt="steve" /></p>
<p>1. Su <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1518322738&amp;hiq=penge">Facebook</a> ci sono oltre 500 Penge, di cui due Stefano (uno non sono io: quale?)<br />
Matthew si è dato da fare  e ha contattato tutti i Penge del mondo (quasi tutti negli States o in Italia).<br />
Mi sembra possibile usare questa rete per stabilire se è vero che il cognome viene da una trascrizione di quello di Jakob Penkczo, huommo d&#8217;arme arrivato nel Lazio nel 1400 al seguito di qualche esercito. Sarebbe corretto se scrivessi a tutti i Penge per chiedere quello che sanno sulle loro origini?</p>
<p>Comunque ho deciso provvisoriamente di usarlo solo per questi aspetti delle relazioni umane: futili e affettivi, più che razionali e importanti.</p>
<p>A latere: sulla mia home page in questo momento vedo la pubblicità dell&#8217;epilazione laser: ma come le fanno le profilazioni a Facebook?<br />
___<br />
<img src="http://farm4.static.flickr.com/3408/3519333197_82d7831c93_s.jpg" alt="giostra" /></p>
<p>2. Ci sono  38.478  Steve su Flickr, le mie quasi 50 foto sono<a href="http://www.flickr.com/photos/31700406@N04/"> qui</a>. Come le catalogo? con  i set, i gruppi, le tag ?<br />
Le tag mi pare funzionino bene, ma la lingua è un filtro forte.<br />
NIght  batte Notte 50 a 1, ovvero 3.452.385  a 75.804. (636.996 a 11.507 se si considerano solo le foto con licenza esplicita CC). Per cui mettere la tag &#8220;night&#8221; è meno significativo che mettere &#8220;notte&#8221;.</p>
<p>Ho usato i set (ma li vedo solo io?) e sto provando ad usare il georeferencing, ma servirà a qualcosa?</p>
<p>L&#8217;ordine nei risultati di una ricerca non sembra modificabile (es. x classifica? macchina? tipo di foto?), il che mi pare una mancanza grave.</p>
<p>Per chiudere: ma su Flickr usano Babelfish?</p>
<p>Le regole di un gruppo:</p>
<p>&#8220;Potete aggiungere 5 fotografie al giorno allo pool fotografico&#8230;.<br />
&#8230; e, in generale, cose che non sono architettura. I coordinatori possono cancellare le fotografie o lasciare le fotografie dentro, come sembra di destra a loro. Metta prego le fotografie indietro cancellate.<br />
&#8230; Usi prego soltanto le piccole fotografie durante le discussioni. Non metta prego più di tre fotografie in un topic, ma potete scrivere un collegamento ad un set.&#8221;</p>
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